URBANISTICA ALTERNATIVA

Si pone l’esigenza di un’urbanistica alternativa di taglio suppletivo, simbiotica alle nuove infrastrutture, in grado di ricreare soprattutto in termini verticali oltre che di superamento spaziale quei livelli ormai essenziali che i continui ridisegni nella bidimensionalità hanno fatto perdere insieme all’allontanamento progressivo dal fulcro vitale.

 

L’urbanistica in senso stretto prende origine all’epoca della rivoluzione industriale quando il conflitto tra il carattere strutturalmente comunitario, collettivo delle città e l’individualismo tipico del sistema del capitale, avevano portato ad emergere effetti di disfunzione organizzativa e di disagio sociale appunto soccorsi (o, almeno, in parte) da una pianificazione funzionale e distributiva in grado di minimizzare i difetti di coesistenza e confluenza generati. Di seguito la crescita esponenziale dello sviluppo produttivo, della demografia e delle reti di comunicazione e, insieme, la crisi d’equilibri (economici, sociali e ambientali) che tali tendenze avevano provocato, hanno generato l’urbanistica moderna, o del riequilibrio, mirata alla ricomposizione delle dinamiche del territorio e dei rapporti, nel senso più generale, in termini di adattamento, recupero e/o di riordino. E di redistribuzione. La città, tuttavia, non è un coacervo di edifici o di abitanti. La città è la casa di una società, di una comunità. La città è il luogo che gli uomini hanno creato quando hanno dovuto vivere insieme per svolgere una serie di funzioni che non potevano svolgere da soli: custodire e difendere i frutti del lavoro, del credo e della cultura; il surplus della produzione; scambiare quest’ultimo all’interno ed all’esterno del sistema. La città è originariamente legata alla difesa e allo scambio: le mura e il mercato sono i primi elementi fondativi della città, le prime funzioni urbane. E’ il luogo della città, il suo sito; geometricamente parlando è il luogo dei punti, scelto in funzione delle esigenze della difesa e del commercio oltre che dello spirito: le alture, e le isole nei fiumi, l’incrocio d’itinerari terrestri e di vie d’acqua sono gli elementi fisici, geografici, riconoscibili nella prima storia di quasi tutte le città del mondo.  Me le funzioni urbane si sono via via arricchite. Altre necessità e funzioni comuni si sono aggiunte a quelle primitive e si sono via via affermate: la celebrazione dei valori e delle speranze comuni – la religione divenuta culto; la tutela dei diritti e la decisione sulle liti – la giustizia; lo scambio di informazioni e di conoscenze e l’apprendimento di esse – la scuola; la rappresentanza e l’azione nell’interesse della comunità – la politica e il governo. La comunicazione, infine; e l’immagine, stimolo alla conversione, al bisogno del prodotto, all’usufruimento della novità. A queste funzioni hanno corrisposto specifici luoghi: i templi e le cattedrali, la piazza e il foro, il tribunale, il bargello, il palazzo del governo, si sono aggiunti al mercato e alla rocca per costituire i luoghi della comunità in quanto tale. I luoghi che si sono differenziati e distinti dalla casa, dal luogo della famiglia, in quanto erano finalizzati ad esprimere, rappresentare e servire non gli interessi del singolo individuo, ma la comunità in quanto tale; non i consumi individuali ma i consumi collettivi, dell’uomo in quanto membro della società. Ecco allora in che senso è giusto dire che la città non è un ammasso di edifici, ma è qualcosa di più: è, appunto, la casa della società. Ed ha, nel suo insieme, un disegno, un’armonia, che ne fa un organismo unitario, riconoscibile, dotato di propria identità e bellezza. Le città odierne, tuttavia, come esposto in epigrafe, sono cadute in una crisi profonda.  È difficile riconoscerle come la “casa della società”: è più facile definirle come luoghi della lacerazione della società.  Si tengano presenti la crisi d’identità personale e sociale che si consumano nelle metropoli; il disagio nella ricerca e nell’accesso ai luoghi indispensabili per l’esistenza dell’homo socialis (dalle scuole agli ospedali, dal verde, richiamo della natura originaria, agli uffici pubblici); le difficoltà crescenti a usare abitazioni adeguate, per località, tipologia e canone d’uso, alle esigenze delle famiglie. Si rammenti come la città sia divenuta inospitale, e spesso nemica, delle persone appartenenti alle categorie e alle condizioni più deboli: Non si dimentichi l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, l’abnorme produzione di rifiuti, i rumori incalzanti e assordanti che rendono più ardua la riflessione e il colloquio.  Si ricordi, soprattutto, quell’aspetto della crisi della città definibile come “il paradosso del traffico”. Muoversi, spostarsi è diventato oggi un tormento, un’angosciosa perdita di tempo, un’assurda dissipazione di risorse pubbliche e private, un ingiustificato spreco di spazio e di energia, una preoccupante fonte d’inquinamento. La crisi della mobilità non è solo l’aspetto più appariscente e drammatico della crisi della città; ne é anche l’aspetto più emblematico.  La città è stata infatti storicamente il luogo degli incontri e delle relazioni, dei rapporti tra persone e gruppi diversi: ora sta sempre più degenerando, negli anni della “civiltà del veicolo”, nel luogo delle segregazioni, dell’isolamento, delle difficoltà di comunicazione. Nel luogo dei punti oscillanti.  E nello smorzamento sempre più incalzante del loro segnale. E’ alle soglie del 3° Millennio quindi, conseguenza ultima al progressivo abbandono come sede domiciliare (ma non operativa o di produzione) delle città e/o del cuore delle metropoli, nuova misura d’aggregamento emersa con la concentrazione massiva e l’allargamento delle reti d’interesse, che si pone l’esigenza di un’urbanistica alternativa di taglio suppletivo, simbiotica alle nuove infrastrutture, in grado di ricreare soprattutto in termini verticali oltre che di superamento spaziale quei livelli ormai essenziali che i continui ridisegni nella bidimensionalità hanno fatto perdere insieme all’allontanamento progressivo dal fulcro vitale.